Il mondo del lavoro non è pensato per tutti i funzionamenti e, per molto tempo, nel lavoro dipendente (ormai 10 anni fa) ho creduto che fosse un problema mio. Qualcosa da correggere attraverso uno sforzo maggiore di adattamento.
Pensavo che avrei dovuto imparare a reggere di più, a espormi di più, a non farmi travolgere da dinamiche che per altri sembravano normali.
Prima ancora di avere parole, valutazioni e strumenti per dare un nome al mio funzionamento, avevo però già iniziato a percepire che quell’attrito costante non poteva essere sostenibile a lungo.
Non mancavano le competenze né la motivazione, ma ogni giornata di lavoro richiedeva una quantità di energia sproporzionata solo per restare dentro contesti che non mi somigliavano.
A un certo punto è diventato chiaro che il nodo non era cambiare me, ma interrogarsi sullo spazio in cui stavo cercando di funzionare.
L’adattamento ha un costo che inizialmente non si vede
Negli ultimi tempi mi sono ritrovata a riflettere molto su questo tema parlando con Alessandra Marcanato e Giada Ales durante una conversazione per il podcast Conversazioni Neurodivergenti.
Raccontare il mio percorso ad alta voce, dentro un dialogo aperto e non preparato, mi ha aiutata a mettere a fuoco passaggi che per anni avevo dato per scontati.
Per molto tempo ho provato a stare dentro modelli professionali che, presi singolarmente, non avevano nulla di sbagliato.
Nel loro insieme, però, non tenevano conto del mio modo di pensare, di elaborare le informazioni, di stare nelle relazioni e nei tempi.
L’adattamento continuo, se diventa la strategia principale, ha un costo invisibile. Non arriva come un segnale chiaro e immediato, ma si accumula lentamente, sotto forma di stanchezza cronica, sovraccarico e momenti di chiusura che sembrano non avere una causa precisa.
All’inizio lo chiami carattere, poi inizi a leggerlo come un limite personale.
Solo più avanti diventa evidente che si tratta di una questione di contesto e che la fatica non nasce dal lavoro in sé, ma dal tentativo costante di restare in equilibrio in spazi che non tengono davvero.
Progettare un ambiente non significa isolarsi
Parlare di ambiente significa andare oltre lo spazio fisico. Include le persone, i luoghi, le gerarchie, i rumori, le aspettative implicite e il modo in cui tutti questi elementi si intrecciano nella quotidianità lavorativa.
La scelta di lavorare online, per esempio, non è stata una fuga né un ripiego, ma una forma di progettazione consapevole.
Ridurre il rumore, introdurre un filtro, lavorare da uno spazio che posso governare mi ha permesso di essere più presente, più lucida e più continua nel tempo.
Paradossalmente, togliendo stimoli che mi portavano rapidamente al sovraccarico, ho scoperto di riuscire a entrare in relazione in modo più autentico.
Non meno contatto, ma un contatto diverso, più sostenibile e più allineato al mio funzionamento.

Un’azienda come spazio abitabile
A un certo punto non ho costruito solo un lavoro, ma Lofacciodigital.
Un’azienda nata dal bisogno di creare uno spazio abitabile anche per me, in cui potermi inserire senza dovermi forzare ogni giorno in ruoli o dinamiche che richiedevano una continua compensazione.
Dopo i percorsi di valutazione, il lavoro su di me è diventato ancora più profondo. Ho iniziato a osservare con maggiore attenzione ciò di cui avevo realmente bisogno e quali fossero i miei punti di forza, invece di concentrarmi su ciò che non rientrava negli standard o nelle aspettative esterne.
Il mio pensiero è arborescente, procede per connessioni, anticipazioni e visioni ampie. È il modo in cui il mio Alto Potenziale Cognitivo, insieme a ADHD e autismo, organizzano la realtà: da fuori può sembrare caotico, ma dall’interno segue una logica precisa e funzionale.
Dall’unicità alla struttura
All’inizio, prendere consapevolezza del fatto che questa diversità non sarebbe scomparsa ha generato una certa inquietudine, perché significava rinunciare all’idea di potermi adattare del tutto.
Per un periodo ho provato a contenerla, a modificarla, a renderla più accettabile.
Il vero passaggio è arrivato nel momento in cui ho smesso di combatterla e ho iniziato a usarla come criterio di progettazione del mio modo di lavorare.
Negli ultimi anni questo è stato il cambiamento più significativo: far emergere il funzionamento, non come etichetta identitaria, ma come struttura portante.
Costruire un ambiente che ti somiglia non significa semplificarti o ridurti, ma rendere sostenibile nel tempo ciò che sei.
La svolta non è stata cambiare settore o ruolo, ma smettere di chiedermi di funzionare in spazi che non mi tenevano davvero.
Nel momento in cui il lavoro smette di essere una prova da superare ogni giorno e diventa un luogo abitabile, cambia la qualità dell’energia che puoi dedicare a ciò che fai.
Le difficoltà non spariscono, ma smetti di spendere risorse solo per resistere. L’energia che prima serviva a compensare può finalmente essere usata per costruire.

Ripensare l’ambiente di lavoro come scelta di sostenibilità
Arriva un momento in cui diventa evidente che l’adattamento continuo non è più una strategia, ma una forma di consumo silenzioso.
Non perché manchino le competenze o le risorse, ma perché vengono spese per restare in un ambiente di lavoro che non tiene conto del funzionamento personale.
Ripensare il proprio modo di lavorare significa spostare lo sguardo dalla prestazione alla sostenibilità.
Non si tratta di fare meno, ma di costruire un ambiente di lavoro che permetta continuità, lucidità e presenza reale nel tempo, senza chiedere un costo invisibile ogni giorno.
Il lavoro smette di essere una prova quotidiana nel momento in cui lo spazio in cui si svolge diventa abitabile. Ed è spesso da lì che iniziano i cambiamenti più solidi e duraturi.
Se senti che il tuo lavoro funziona solo a tratti, che l’attrito è costante o che stai chiedendo troppo a te stessa per restare in contesti che non ti assomigliano, forse non è il momento di adattarti ancora di più.
Può essere il momento di fermarti, fare ordine e interrogarsi su quale ambiente ti serve davvero per lavorare con continuità, lucidità e rispetto per il tuo funzionamento.
La chiarezza sul proprio modo di lavorare non nasce da sola.
Un confronto strategico serve anche a questo: guardare il quadro nel suo insieme, capire dove l’energia si disperde inutilmente e progettare uno spazio di lavoro che regga nel tempo, perché parte da te.
Business Coach e Strategist. Blogger dal 2013. Autrice di ‘Libera. Salti e altre storie.’ Scrivo di donne, libera professione e piani di azioni per ogni cambiamento.


