Come presentarsi in 30 secondi

La difficoltà sta tutto su come presentarsi in 30 secondi nel proprio business
La difficoltà sta tutto su come presentarsi in 30 secondi nel proprio business

Come presentarsi in 30 secondi

Stampa e leggi dopo
Argomenti dell'articolo

Ti è mai capitato di bloccarti quando qualcuno ti chiede: “che lavoro fai?” Un attimo prima lo sapevi.

Poi la domanda arriva  diretta, semplice, apparentemente innocua e nella testa inizia il caos.

Si scatena un turbine di ruoli, esperienze, formazioni, progetti e cambi di direzione. Vorresti dire tutto, ma più cerchi le parole, più queste sfuggono.

Raccontare la propria identità professionale non dovrebbe far paura, eppure succede a moltissimi professionisti e professioniste. 

Parliamo di persone che hanno costruito il proprio percorso a strati, vivendo carriere che si intrecciano con passioni, valori e scelte di vita.

Sanno fare molte cose, ma non sempre sanno come raccontarle. La difficoltà non risiede nella mancanza di contenuti, ma nella nostra mente.

Perché è così difficile raccontarsi?

Nel momento esatto in cui ci chiedono di presentarci, il nostro cervello non cerca un racconto, ma una protezione. 

Dal punto di vista del neuromarketing, ogni volta che dobbiamo parlare di noi, il cervello attiva immediatamente le aree legate alla sopravvivenza sociale: “Come sarò percepito? Mi capiranno? Mi giudicheranno?” È una forma antica di difesa.

Il risultato è che, invece di comunicare in modo chiaro e autentico, iniziamo a ragionare in modo strategico,  ma la strategia è finalizzata per difenderci, non a spiegarci.

E così nascono frasi piene di titoli, percorsi, sigle complesse. Oppure, al contrario, nascono i silenzi imbarazzati. Perché raccontarsi è esporre una parte di sé. E non sempre sappiamo da dove cominciare.

Perché è così difficile raccontarsi?

Il punto non è raccontarti di più, ma raccontarti meglio

Ed è qui che entra in gioco il concetto di rilevanza. 

Nella comunicazione strategica e nel neuromarketing sappiamo bene che le persone non ascoltano tutto quello che dici, ma solo quello che è utile per loro in quel momento.

Quando presenti te stessə, il tuo cervello vorrebbe elencare tutto ciò che hai fatto (per senso di completezza e un profondo bisogno di legittimazione), ma chi ti ascolta ha una soglia di attenzione molto più bassa: cerca un’informazione chiave, quella che gli permette di capire: “Può essermi utile?”

Ecco perché l’obiettivo non è dire tutto, ma dire ciò che serve. Non per manipolare, ma per rispettare l’attenzione dell’altro e comunicare con efficacia.

Trasformiamo il chi sei e il cosa fai in una leva strategica

Saper rispondere con chiarezza a questa domanda non serve solo nei contesti professionali, ma anche a livello identitario.

Quando riesci a dirlo bene, con parole tue, si allineano linguaggio e pensiero: la narrazione esterna diventa un riflesso di quella interna.

È un potente principio di coerenza cognitiva. Uno dei bias più forti che guidano le decisioni umane. Chi ti ascolta percepisce congruenza, e questa genera fiducia.

I 7 passi per raccontarti con autenticità (e senza ansia)

I 7 passi per raccontarti con autenticità (e senza ansia)

Per superare il blocco e costruire un racconto efficace, è necessario adottare una prospettiva orientata all’altro, non a sé stessi.

#1 Parti da chi hai davanti

Ogni presentazione è un atto di relazione. Non esiste un’unica versione di “chi sei e cosa fai”: esistono contesti. Chiediti sempre chi ho davanti e che problema sta cercando di risolvere. Parla la lingua dell’interlocutore, non la tua.

#2 Scegli il cappello giusto

Puoi essere tante cose, ma non tutte servono in ogni conversazione. In base al contesto, scegli il titolo o la prospettiva più rilevante. Questo non significa rinnegare le altre parti di te, ma renderle accessibili gradualmente.

Nel marketing mi identifico come digital strategist, copywriter persuasiva, CEO di un’agenzia di comunicazione, se mi presento ad un freelance potrei presentarmi mentore e nelle aule di formazione formatrice.

Sono tutte vere, ma non le uso insieme. La chiarezza nasce dall’ordine, non dall’accumulo.

#3 Semplifica (senza banalizzare)

Usa un linguaggio che anche chi non è del tuo settore possa comprendere. Evita acronimi, tecnicismi, percorsi formativi troppo dettagliati.

Nel cervello dell’interlocutore, la semplicità attiva dopamina generando chiarezza e piacevolezza cognitiva. E quando un messaggio piace, viene ricordato meglio.

Ecco un esempio pratico che può esserti utile: invece di dire: “Mi occupo di processi di business coaching e riorganizzazione strategica,” puoi: “Aiuto le persone a guardare da fuori il proprio lavoro per capire dove intervenire e crescere con più chiarezza.”

#4 Trasforma i titoli in valore

Non limitarti a elencare ciò che sei: racconta cosa fai accadere nelle persone o nei progetti che segui. Invece di dire “sono psicologa specializzata in…”, prova con: “Aiuto genitori e adolescenti a ritrovare fiducia reciproca e nuovi strumenti di dialogo.” 

È un piccolo cambio semantico, ma sposta il focus dall’ego alla relazione, dalla posizione all’impatto.

#5 Prepara più versioni del tuo racconto

Il tempo a disposizione è un vincolo strategico. Allenati a raccontarti in tempi diversi per essere sempre pronto:

  • 30 secondi per presentarti al volo (l’elevator pitch).
  • 1 minuto per una riunione o un evento di networking.
  • 3-5 minuti per un colloquio o un video di presentazione.

#6 Inserisci un episodio o una storia

Il cervello ama le storie. Quando ascolta una narrazione concreta, attiva le aree sensoriali e motorie come se la stesse vivendo in prima persona. 

Questo è il potere dello storytelling nel neuromarketing. Una breve esperienza reale, un momento in cui il tuo lavoro ha fatto la differenza, vale più di mille definizioni astratte.

#7 Allena la tua narrazione (davvero)

Scrivila. Dilla ad alta voce. Registrati e riascoltati. La fluidità viene con la pratica e la ripetizione.

E ricordati: non devi piacere a tutti, devi solo far capire con chiarezza a chi ti serve come puoi essergli utile. 

La chiarezza, nel cervello di chi ascolta, riduce lo stress percettivo e aumenta la fiducia.

Il segreto è cambiare prospettiva

Quando sposti l’attenzione da “come mi sto raccontando” a “in che modo posso essere utile”, tutto cambia. Scompare l’ansia da prestazione e subentra la presenza.

Comunicare non significa mettersi al centro, ma costruire un ponte tra il tuo mondo e quello dell’altro.

Raccontarti bene non è un esercizio di marketing, è un profondo atto di consapevolezza.

Significa scegliere le parole che ti rappresentano, dare senso alle esperienze, e permettere agli altri di capire, in modo semplice, perché il tuo lavoro ha valore per loro.

Quando trovi finalmente le parole giuste, non stai solo comunicando: stai creando connessione. E la connessione, nel lavoro come nella vita, è il vero inizio di tutto.

Vuoi approfondire? Se senti che è il momento di mettere ordine tra le tue esperienze e definire una narrazione professionale coerente e riconoscibile, qui trovi il mio percorso dedicato al Business Mentoring. 

Stampa e leggi dopo
Argomenti dell'articolo

leggi anche